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Senza i fatti le scuse della Carfagna non bastano
post pubblicato in I Giornaletti, il 19 maggio 2010


 

“Consentitemi un pensiero particolare all’onorevole Anna Paola Concia alla quale sono grata per l’impegno e la delicatezza che ha speso per farmi conoscere la ricchezza del mondo associativo qui presente, con tutte le sue sfumature (…) per avermi aiutata a sfondare il muro della diffidenza della quale penso di essere stata allo stesso tempo vittima e inconsapevole responsabile, in un passato remoto, ormai ampiamente superato”. Con queste parole, Mara Carfagna, nel corso della cerimonia al Quirinale, nella Giornata contro l’omofobia, faceva retromarcia rispetto ad alcune sue posizioni assunte nemmeno troppo tempo fa.

“Il patrocinio al Gay Pride? Non sono orientata a darlo. Non servono i Gay Pride.L’unico obiettivo dei Gay Pride è quello “di arrivare al riconoscimento ufficiale delle coppie omosessuali, magari equiparate ai matrimoni. E su questo non posso certo essere d’accordo”. Appena insediata al Ministero per le Pari Opportunità, la Carfagna dichiarava: “L’omosessualità non è più un problema, perlomeno così come ce lo vorrebbero far credere gli organizzatori di queste manifestazioni.“Sono sepolti – concludeva il ministro – i tempi in cui gli omosessuali venivano dichiarati malati di mente. Oggi l’integrazione nella società esiste. Sono pronta a ricredermi. Ma qualcuno me lo deve dimostrare”.

Glielo hanno dimostrato con i fatti, con le aggressioni omofobe a Firenze, a Napoli, a Milano, a Roma. Due anni di un fenomeno dilagante di intimidazioni e violenze senza che fosse concertato fra le Istituzioni nessun intervento per la promozione del rispetto delle diversità, di pari diritti e pari opportunità per tutti a prescindere dagli orientamenti sessuali. A parte uno spot. Un messaggio per la verità abbastanza controverso e che rimandava al solito “don’t ask, don’t tell”, che non aiuta certo a conoscere e quindi ad accettare l’inclinazione sessuale, ma piuttosto ci invita ad occuparci delle nostre faccende e non di quelle degli altri.

E’ vero che da un Governo a conduzione destro-leghista di più non si poteva immaginare di ottenere, ma è altrettanto vero, che se si voleva mandare un messaggio chiaro si sarebbe potuta approvare quella “legge Concia” affossata sei mesi fa alla Camera e proprio per quella modifica dell’articolo 61 del codice penale che prevedeva un’aggravante per i reati commessi “per finalità inerenti all’orientamento o alla discriminazione sessuale della persona offesa dal reato”.

Ecco, noi siamo disposti anche ad applaudire il Ministro, per questa sua svolta sui temi sensibili dei diritti delle persone omosessuali, però pretendiamo fatti concreti. Le campagne mediatiche vanno bene fino ad un certo punto, poi servono leggi serie. Solo in questo modo le parole e i discorsi non rimarranno prive di significato. Come un tailleur indossato per far bella mostra al Quirinale.

Pubblicato su Giornalettismo

Il miglior paese per partorire? La Norvegia
post pubblicato in I Giornaletti, il 4 maggio 2010


 

La classifica annuale della Ong Save the Children mostra le enormi differenze che si incontrano nel mettere al mondo un figlio nei vari paesi. L’Afghanistan è il posto peggiore. La Spagna è al 13° posto su 160. E l’ Italia?

Una donna norvegese che decidesse di partorire oggi avrà deciso il tempo giusto per una gravidanza dopo aver ricevuto 18 anni di istruzione alla contraccezione e dopo aver avuto un controllo completo sulla propria vita sessuale. Dopo la nascita, assistita da personale sanitario, potrà godere del congedo di maternità tra le 46 e le 56 settimane. Molto difficilmente il suo bambino morirà prima dei cinque anni. E se tutto va bene, lei vivrà fino a 83 anni. Una donna afghana, lo stesso giorno ha un alto rischio di morire durante il parto (una su otto muore di complicanze, prima o dopo il parto), che raramente (14%) sarà assistito. Questa donna, che è andata a scuola solo per cinque anni e non ha avuto accesso ai contraccettivi moderni (solo il 16% li usa), vivrà quasi la metà che in Norvegia: 44 anni. Durante la sua vita, probabilmente subirà la perdita di almeno uno dei suoi figli e se non si sono ammalati, entro i cinque anni di età, di qualche malattia facilmente prevenibile.

MALE GLI STATI UNITI - Questa è la semplice relazione che permette di disegnare l’ indice annuale pubblicato dalla ONG Save the Children che mostra, per l’undicesimo anno, i migliori e i peggiori paesi al mondo dove essere una madre. La differenza tra vivere in Norvegia o in Afghanistan, il primo e l’ultimo classificato quest’anno è misurata da indicatori di salute, dell’istruzione o delle condizioni economiche delle madri e dei bambini. Dopo la Norvegia troviamo l’ Australia, l’Islanda, la Svezia, la Danimarca, la Nuova Zelanda, la Finlandia, i Paesi Bassi, il Belgio e la Germania. L’Italia è diciassettesima tra i 43 che compongono il gruppo dei paesi più sviluppati. Dei 160 paesi nella lista (compresi quelli per i quali non esistono dati sufficienti), l’Afghanistan, il Niger, il Ciad, la Guinea-Bissau, lo Yemen, la Repubblica Democratica del Congo, il Mali, il Sudan, l’Eritrea e la Guinea Equatoriale sono i peggiori. Tra i paesi sviluppati, salta all’occhio quel 28esimo posto degli Stati Uniti. Il rischio di mortalità materna (una su 4.800) e la mortalità dei bambini prima di cinque anni (8 su 1000 nati vivi) sono tra i più alti del mondo sviluppato, secondo il rapporto della Ong americana. Save the Children sottolinea anche come la politica degli Stati Uniti sul congedo di maternità sia molto meno generosa rispetto a quella dei paesi ricchi.

SERVONO OSTETRICHE! - Anche se queste condizioni sono migliorate, le madri dei paesi in via di sviluppo “sono esposte a rischi molto maggiori per la loro salute e quella dei loro figli“, afferma in un comunicato Mary Beth Powers, responsabile della campagna per la sopravvivenza dei neonati e dei bambini. Le prospettive nei 10 paesi in coda sono tristi: una madre su 23 morirà per cause legate alla gravidanza. Un bambino su sei morirà prima del quinto compleanno e uno su tre sarà malnutrito, senza pensare che quasi il 50% della popolazione ha difficoltà di accesso all’acqua potabile. Il rapporto completo, intitolato State of the World’s Mothers 2010, ricorda “la disperazione umana e le opportunità perdute” che si celano dietro i numeri e che “richiedono che si forniscano gli strumenti di base per le madri per rompere il ciclo della povertà e migliorare la qualità della vita, quella dei loro figli e delle generazioni future“. Uno di questi strumenti è l’educazione delle donne, che, secondo Save the Children, dà la possibilità alle mamme di proteggere la propria salute e quella dei bambini che necessitano di cure specialistiche. “Donne istruite tendono a sposarsi più tardi e hanno meno figli, più sani e meglio nutriti“, si legge nella relazione. L’ONG raccomanda inoltre la formazione degli operatori sanitari, soprattutto delle ostetriche. La relazione ricorda che sono necessari 4,3 milioni di specialisti sanitari nei paesi in via di sviluppo per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. L’organizzazione consiglia inoltre di incoraggiare le donne a specializzarsi in questo lavoro e di svilupparlo soprattutto nelle comunità più remote.


Teresa


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permalink | inviato da makia il 4/5/2010 alle 20:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Quel lancio di uova che non c’entra con la Liberazione
post pubblicato in I Giornaletti, il 26 aprile 2010


 

Passare dal discorso di alto valore politico e culturale del Presidente della Repubblica all’ episodio di intolleranza durante la manifestazione di Roma all’indirizzo del Presidente della Regione e che ha finito per coinvolgere anche il Presidente della Provincia, è la rappresentazione più efficace di quanta strada ancora il Paese debba percorrere per essere finalmente uno Stato moderno e pacificato. Nello spirito di coloro che hanno sacrificato la propria vita per la liberazione del Paese è stato sempre forte il sentimento dell’indispensabilità dell’unità nazionale e l’obiettivo che quel sacrificio dovesse comportare la liberazione e la pacificazione del popolo italiano. Il perdurare di gesti di intolleranza ferisce nel profondo il senso stesso della festa del 25 aprile.

Lasciare che sul palco possano partecipare e quindi istituzionalmente difendere i valori della lotta di liberazione proprio coloro che per storia passata ne hanno più difficilmente e tardivamente compreso il significato rappresenta la più significativa vittoria e il successo di tutti coloro che a vario titolo hanno partecipato alla lotta partigiana e alla liberazione del nostro Paese dalla repressione nazista e fascista. Quello che bisogna fare, invece, è scagliarsi contro l’atteggiamento assunto da Edmondo Cirielli, Presidente della Provincia di Salerno, che ha pensato bene di non partecipare, quindi rinunciare al suo ruolo istituzionale preferendo una cerimonia privata con al centro il riconoscimento esclusivo del ruolo delle forze alleate nella liberazione del suolo italico. Questo è certamente un gesto censurabile in quanto, non solo offende il sacrificio di tanti che hanno consentito l’affermazione della nostra Repubblica e quindi di quella stessa Presidenza della Provincia, indegnamente ricoperta, ma al tempo stesso consegna alle nuove generazioni una lettura della storia non certamente veritiera ed imparziale.

Affinché festeggiare il 25 aprile abbia dunque un senso bisogna ritornare allo spirito originario presente nel discorso di Napolitano: “Ebbene, con la Resistenza, di fronte alla brutalità offensiva e feroce dell’occupazione nazista, rinacque proprio l’amore, il senso della patria, il più antico e genuino sentimento nazionale (…) Il 25 aprile è non solo Festa della Liberazione: è Festa della riunificazione d’Italia”.

http://www.giornalettismo.com/archives/60806/quel-lancio-uova-c%e2%80%99entra-liberazione/


Teresa

Dancing Boys of Afghanistan – Quando l’abuso sessuale è al maschile
post pubblicato in I Giornaletti, il 23 aprile 2010


 

Violenze che rivelano la cultura dominante dei Signori della guerra che sfruttano apertamente i membri più vulnerabili della loro società.

Il network televisivo Frontline ha pubblicato online un articolo affascinante, ma terrificante allo stesso tempo.”The Dancing Boys of Afghanistan” mostra una pratica orribile chiamata Bacha Bazi (letteralmente play boy), in cui vengono venduti giovani ragazzi ai signori della guerra afghani e a potenti uomini d’affari per essere addestrati come ballerini che si esibiscono per il pubblico maschile ed essere quindi utilizzati e scambiati per il sesso. Una pratica illegale piuttosto usuale in quel paese dove ci sono migliaia di orfani e ragazzi poveri, alcuni di soli 11 anni, alcuni venduti dai genitori ai loro nuovi “padroni”. Gli uomini vestono i ragazzi in abiti femminili e insegnano loro a cantare e ballare per il proprio divertimento e quello dei loro amici.

NEL MONDO DEL BACHA BAZI - Con la scusa di fare un documentario su pratiche analoghe in Europa, il giornalista afghano Najibullah Quraishi (Dietro le linee dei talebani), tornato nella sua terra natale si è guadagnato la fiducia di Dastager, un comandante ex mujaheddin e ricco uomo d’affari che si interessa di auto di importazione dall’Estremo Oriente. Con Dastager come sua guida, Quraishi porta gli spettatori nel mondo di Bacha Bazi dove gli uomini di primo piano fanno a gara per appropriarsi e usare i ragazzi. “Vado in ogni provincia per avere la felicità e il piacere con i ragazzi“, dice un uomo afghano conosciuto come “Il tedesco”, che agisce come un magnaccia Bacha Bazi, fornendo agli uomini la merce umana.”Quelli che non sono buoni per ballare saranno utilizzati per altri scopi. … Voglio dire per sodomia e altre attività sessuali“.

IN COMPETIZIONE - Nelle conversazioni approfondite con diversi maestri Bacha Bazi nel nord dell’Afghanistan e con i “loro” ragazzi Quraishi rivela una cultura in cui ricchi uomini afghani sfruttano apertamente i membri più vulnerabili della loro società.”Quello che è stato così inquietante vedere non era solo la loro mancanza di preoccupazione per gli abusi che stavano commettendo sui ragazzi“, ha detto Quraishi. “E’ stata anche la disinvoltura con la quale si muovevano e l’orgoglio con cui mostravano i loro ragazzi ai loro amici, al loro mondo. Essi credevano che chiaramente nulla di quello che stavano facendo era sbagliato”. “Ho avuto un ragazzo, perché ogni comandante aveva un partner“, dice Mestary, un ex comandante anziano che è ben rapportato con i principali signori della guerra afghani. “Tra i comandanti vi è concorrenza, e se non ne avevo uno anche io, non potevo competere con loro“.

IMPUNITI -E’ una pratica disgustosa. … E’ una forma di schiavitù tenere un bambino così. E’ una forma di schiavitù sessuale“, spiega Radhika Coomaraswamy, rappresentante speciale delle Nazioni Unite per i bambini dei conflitti armati. “L’unico modo per fermare Bacha Bazi è perseguire le persone che commettono il reato, ed è quello di cui abbiamo bisogno, perché le leggi ci sono nei libri contro questa pratica“. Nel documentario, funzionari di polizia locali intervistati, insistono sul fatto che gli uomini che partecipano a queste pratiche saranno arrestati e puniti, indipendentemente dalla loro ricchezza o potenza. Più tardi però, nello stesso giorno, Quraishi con le telecamere cattura due ufficiali del dipartimento di polizia che frequentano un Bacha Bazi.”Molte delle persone che lavorano per il governo - dice Nazir Alimy, che ha compilato una relazione per l’UNICEF – parlano contro di esso, ma sono coloro che poi commettono gli abusi … Personalmente non riesco a citare tutti i nomi perché ho paura“. Quraishi parla anche con alcuni ragazzi che temono di essere picchiati o uccisi. “Se scappiamo ci uccidono“, dice un ragazzo di 13 anni. Il reporter ha avuto anche dei colloqui con la famiglia di Hafiz, 15 anni, che secondo come riferito è stato ucciso dopo aver tentato di fuggire dal suo padrone, un barone della droga ben noto e signore della guerra. Nel caso di Hafiz, un sospetto – il poliziotto che ha fornito la pistola che lo ha ammazzato – è stato arrestato. Condannato a 16 anni di carcere, l’ufficiale è stato rilasciato dopo aver scontato solo pochi mesi. La famiglia di Hafiz sospetta che l’ex proprietario del ragazzo abbia corrotto funzionari locali per essere scarcerato. “Se queste persone venissero punite, questo genere di cose non accadrebbe“, afferma la madre di Hafiz. Il programma si conclude con un aggiornamento dettagliato dei tentativi di organizzare il salvataggio di uno dei ragazzi acquistato da Dastager da una povera famiglia di contadini. E’ un capitolo finale drammatico, pieno di nuove scosse e di sorprese, e, alla fine, fornisce una misura del significato di giustizia per il ragazzo e il suo padrone.

Storia di un incesto: “La prima volta avevo sei anni”
post pubblicato in I Giornaletti, il 17 aprile 2010


 

Mio padre non solo ha rubato la mia infanzia. Ha rubato la mia vita”.
Isabelle Aubry, protagonista della terribile storia di pedofilia che racconta
nel suo libro, parla degli abusi subiti da parte di suo padre, delle umiliazioni
subite nel momento in cui ha deciso di denunciare e dell’associazione che
ha deciso di sostenere per salvare altri bambini.


continua su Giornalettismo
La grande maratona degli spermatozoi
post pubblicato in I Giornaletti, il 16 marzo 2010


 

Un concorso con 250 milioni di concorrenti,ostacoli implacabili, tasso di mortalità scandaloso. Entro 30 minuti dalla eiaculazione, oltre il 99 per cento di loro saranno morti o moribondi. Ma per coloro che rimangono sarà una lotta feroce di 14 ore fino alla fine, con un solo vincitore.

“Sizing Up Sperm” che è andato in onda su National Geographic Channel domenica 14 marzo, usa persone reali per rappresentare 250 milioni di spermatozoi nella loro maratona per raggiungere un unico ovulo.Un vero e proprio colpo di genio, un concetto alla “A WINNER-TAKE-ALL REALITY TV SHOW”, che è poi ciò che accade abitualmente nel corpo umano, senza alcun clamore, anche se su scala molto più ridotta. In una battaglia epica, milioni di spermatozoi competono mentre eserciti di anticorpi rendono infido il terreno e cercano di ostacolare il loro unico obiettivo mentale.Lo scenario della grande corsa che appare proprio come il parco delle Canadian Rockies  (dove si trova DRB ),  intorno a Jasper, o Yoho National Park. E l’effetto è spettacolare,con l’armata “buona” di spermatozoi a combattere l’avversario in un enorme conflitto di massa.

UNA GARA PER DURI - All’ inizio della corsa, un team di leucociti del sistema immunitario femminile viene inviato per uccidere gli spermatozoi nell’utero. La storia comincia nel testicolo – raffigurato come un edificio alto 3.000 metri – più del doppio dell’altezza dell’Empire State Building, se gli spermatozoi fossero a misura d’uomo. Poi si passa ad una evacuazione ad alta velocità dal lungo grattacielo fino a scivolare nel canale femminile, dove comincia il continuo fuoco di fila delle minacce esterne. Per lo sperma, lo sbarco in vagina è come prendere d’assalto le spiagge del D-Day, affrontando armi chimiche sotto forma di un attacco mortale sulle centinaia di milioni di invasori. I sopravvissuti vengono pressati in una cervice stile Stephen King. Alta sopra di loro, è costituita da centinaia di minuscoli tunnel ramificati che intrappolano, schiacciano e uccidono lentamente lo sperma.

IL PARADISO - Da qui, gli spermatozoi sopravvissuti possono entrare nell’utero, l’equivalente di un campo lungo due miglia. Ma questa pittoresca campagna è tutt’ altro che tranquilla. Qui gli spermatozoi vengono aggrediti da killers naturali della femmina, grandi globuli bianchi che smantellano gli sconfinamenti degli invasori. Un ultimo ostacolo rimane – uno stile libero da finale di proporzioni olimpiche, dove il vincitore guadagna l’immortalità e tutti gli altri vengono uccisi. Il passaggio nelle tube di Falloppio, il paradiso degli spermatozoi, li rende ”molto caldi”. I segnali olfattivi rilasciati durante l’ovulazione rendono lo sperma iper-attivo, fornendogli la possibilità di fecondare l’ovulo; nella realtà – un rilascio di livelli di proteine e sostanze nutritive in un processo chiamato capacitazione. The Great Sperm Race racconta la storia del concepimento umano come non era mai stato visto in precedenza. Con l’ausilio di telecamere montate su elicotteri,scienziati di fama mondiale, tecnologia CGI e ricostruzioni drammatiche viene rappresentato il viaggio straordinario dello sperma, dall’ eiaculazione all’ovulo – in scala umana e con il ruolo degli spermatozoi svolto da persone vere. Poi se proprio volete divertirvi potete sempre tentare la fortuna nel primo gioco che riproduce la “Great Sperm Race” on-line. A noi, in verità, ha fatto ricordare un’altra chicca. Lo spermatozoo Woody Allen di “ Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere”.

Teresa

Perché Bertolaso si deve proprio dimettere
post pubblicato in I Giornaletti, il 17 febbraio 2010


 

Guido Bertolaso per il momento è dimissionario, ma visto che il governo gli ha respinto le dimissioni, continua a fare il suo mestiere e il suo dovere. Dopodiché domani vedremo”. E’ stata questa la dichiarazione del Capo della Protezione civile durante la sua audizione alla commissione Ambiente della Camera per presentare le modifiche decise dal governo sul decreto che avrebbe trasformato la Protezione civile in società per azioni.

Ma più che discutere sul contestatissimo decreto legge dal quale, per il momento, è stato espunto l’art. 16 (quello che prevedeva appunto la S.p.A.), ma sul quale rimangono intatte molte altre perplessità, a cominciare da quelle sull’art. 3 e il  lodo di impunità per tutte le strutture commissariali anche periferiche con il divieto di intraprendere nuove azioni giudiziarie e con la sospensione di quelle in corso fino al 2011, la questione vera per la quale si rendono necessarie le dimissioni di Bertolaso riguarda la sua evidente responsabilità oggettiva nei confronti di un sistema di corruzione diffusa, una rete di interessi tesa a favorire le stesse imprese negli appalti dei Grandi Eventi assegnati alla Protezione civile.

Un sistema che si auto-alimentava e traeva la sua efficienza dall’ inefficienza dello Stato. E non necessariamente solo nelle situazioni di emergenza. La richiesta di dimissioni per responsabilità oggettiva deriva dal principio stesso, affermato da Bertolaso, della presunta validità del sistema del fare e quindi della necessità di rendere prioritaria la variabile tempo rispetto al principio della trasparenza e del controllo. A questo va aggiunto che lo stesso Sottosegretario ha confermato l’esistenza di errori e di comportamenti impropri di suoi diretti collaboratori, giustificandosi in base al principio di delega e fiducia e all’ impossibilità temporale di poter controllare tutti gli atti.

Sono proprio queste affermazioni la dimostrazione diretta della fallacità di un sistema quasi extra-costituzionale  e di conseguenza dell’atto dovuto da chi è responsabile unico, rispetto alle scelte operate, di rassegnare le proprie dimissioni in ragione del principio di fedeltà allo Stato a cui più volte egli stesso ha fatto appello.

Tutto il resto, comprese le intercettazioni relative ai presunti massaggi al Salaria Sport  Village  svelano solo come i suoi collaboratori diretti tentassero di essere funzionali al sistema di scambio favori-abusi-appalti. Bertolaso non si deve dimettere perché si è avvalso o meno dei favori di una escort. Bertolaso si deve dimettere perché ha fallito nella sua missione. Lo faccia per difendere il lavoro impeccabile che la protezione civile ha svolto e svolge nel nostro Paese.

http://www.giornalettismo.com/archives/52037/perche-bertolaso-deve-proprio/


Teresa

Haiti: “Scegliete, o la vita della bambina o la vostra”
post pubblicato in I Giornaletti, il 19 gennaio 2010


 

Mentre Port-au-Prince è ostaggio di saccheggi e linciaggi da parte di bande armate, c’è chi ancora lavora per salvare persone e a volte deve rinunciare.

Dopo appena un paio di giorni in cui ci sono stati solo alcuni saccheggi sporadici nella capitale haitiana, nel weekend, un vero e proprio record di episodi di violenza che riflettono la disperazione della popolazione nel dopo-terremoto. Uno di questi incidenti si è verificato domenica scorsa quando una squadra spagnola di salvataggio che cercava di aiutare una ragazza sepolta dalle macerie di una casa, è stata sorpresa da uno scontro a fuoco tra bande opposte.

Abbiamo lasciato il college e preso i cani per certificare che non c’era nessuno vivo“, ha riferito Paco Rivas, coordinatore del gruppo Castilla y León. “C’erano tantissimi morti per strada,ma insieme ai loro corpi senza vita c’era comunque un minimo spazio per la speranza”.”Siamo andati al Priscilla Hotel,il piano terra era crollato. L’ingresso era molto stretto. In un primo momento non abbiamo sentito alcun suono, ma appena siamo entrati l’abbiamo sentita. Era una ragazza sui 14 anni completamente sepolta e schiacciata. Siamo riusciti a liberarle la testa e a darle dell’acqua, ma le sue condizioni erano molto gravi“.

Sembrava che la storia potesse avere un lieto fine in mezzo a tanta tragedia. E invece.”Le abbiamo liberato il braccio con delle piccole seghe perché non si poteva utilizzare niente altro. Poi le abbiamo legato un laccio emostatico all’altezza dell’ascella per evitarle la sindrome da schiacciamento“, continua il capo della squadra di soccorso. “Siamo riusciti a liberarla fino alla vita, poi è arrivato un gruppo di supporto da Santo Domingo. Ci hanno aiutato a scavare un tunnel in un altro posto perché la ragazza era schiacciata ed era accanto alla madre già in stato di decomposizione”. “Però nel momento in cui si era quasi riusciti a liberarla, sono arrivati sulla scena degli agenti di sicurezza canadesi per esortarci a lasciare tutto e a scappare. “Ci sono stati spari e la gente è molto nervosa”. “Così abbiamo chiesto ancora una mezz’ora di tempo per portarla via, ma dopo soli due minuti ci hanno intimato: “O la vita della bambina o la vostra” e ci hanno prelevato con la forza. Ora siamo totalmente frustrati“.

Squadre di sicurezza che lavorano per proteggere squadre di soccorso. E’ questa la realtà di Haiti in questo momento.


Teresa

Mori, Riina e la Festa della Legalità
post pubblicato in I Giornaletti, il 15 gennaio 2010


 

A 17 anni esatti dalla cattura di Totò Riina, avvenuta il 15 gennaio del 1993, questa sera alle 20.30 si terrà al Palauditore, a Palermo, la “Festa della Legalità”. All’evento sarà presente l’intera squadra che arrestò il boss, guidata dal Capitano Ultimo (il colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio) e dal generale Mario Mori. Insieme a loro anche i familiari di alcune vittime della lotta alla mafia. La serata, realizzata con il supporto della nazionale italiana cantanti e servirà a raccogliere fondi per inaugurare la casa famiglia per i figli dei carcerati fondata dall’Associazione Volontari Capitano Ultimo nella periferia di Roma, al Prenestino.

Il generale Mario Mori è attualmente sotto processo a Palermo per favoreggiamento alla mafia insieme al colonnello Mauro Obinu a causa della mancata cattura, nel 1995, di Bernardo Provenzano. Secondo il testimone d’accusa, il colonnello Michele Riccio, smentito e querelato dai denunciati, furono Mori e Obinu ad avergli impedito di catturare Provenzano in un casolare di Mezzojuso, indicato dal mafioso suo confidente Luigi Ilardo, poi assassinato da cosa nostra subito dopo aver accettato di collaborare con la giustizia. Nel processo si è poi aggiunta la testimonianza di Massimo Ciancimino sulla cosiddetta trattativa stato-mafia e sul ruolo svolto da Mori come punto di incontro tra criminalità e istituzioni nel 1992.De Caprio invece, rinviato a giudizio dalla procura di Palermo, fu poi prosciolto dall’accusa di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra. L’indagine era partita a causa dalla mancata perquisizione del covo di Salvatore Riina: dopo l’arresto del boss i carabinieri sotto il comando del capitano Ultimo dovevano perquisire l’edificio ma chiesero la sospensione della procedura per “esigenze investigative”, Nel frattempo il covo era stato ormai abbandonato dalla famiglia del boss e completamente svuotato.

E se saranno riscontrate le dichiarazioni del pentito Nino Giuffré, fino al 2002 braccio destro di Provenzano: “Tutti pensavamo che l’arresto di Riina fosse stato pilotato da Provenzano – ha ricordato l’ex mafioso – Era parte di una strategia portata avanti nell’interesse di Cosa Nostra. Lo stesso Provenzano diceva che Riina era diventato ingombrante, e noi ritenemmo che la sua cattura fosse un ’sacrificio alle divinità’, frutto di un accordo tra lui e altre parti che hanno avuto un ruolo in quella vicenda”, potrebbe saltare fuori che senza l’aiuto di Provenzano non avrebbero mai potuto catturare il Capo dei Capi. “Questo sbirro qua l’avete portato?”, griderà il figlio di Totò, Giovanni, condannato a tre ergastoli, all’arrivo di Provenzano nel supercarcere di Terni a pochi giorni dalla cattura dell’aprile 2006. Insomma, potremmo arrivare al paradosso che non ci sarebbe stato nessun anniversario da festeggiare se non fosse stato per Bernardo Provenzano.



Teresa
Facebook a pagamento? Gli admin costretti a smentire
post pubblicato in I Giornaletti, il 13 gennaio 2010


 


Facebook ha smentito le accuse che si stanno diffondendo secondo le quali gli amministratori del social network avrebbero in programma di farlo diventare a pagamento. Questo dopo la crescente popolarità dei due gruppi che invece credono il contrario. Entrambi, infatti, hanno collezionato quasi 200.000 aderenti e credono che il sito inizierà presto a chiedere 14,99 dollari per l’utilizzo della rete.

Il gruppo più popolare è “We will not pay to use Facebook – we are gone if this happens ha oltre 140.000 iscritti e si prefigge di arrivare a 300.000 membri per firmare la sua petizione. “Questa è una petizione per fermare la tariffazione su Facebook da 14,99 dollari al mese a partire dal luglio 2010.A causa della grande popolarità di Facebook, Mark Zuckerberg [fondatore e direttore] riceve sempre un sacco di offerte da persone che vogliono comprare Facebook – persone che vogliono trasformarlo in un sito a pagamento. Uniamoci tutti e facciamogli sapere che noi andremo via da Facebook, se decideranno di farci pagare per usarlo“, dice il manifesto del gruppo. Dal quartier generale di Facebook però, respingono l’ accusa. Un portavoce della società ha detto: “Non abbiamo intenzione far pagare gli utenti per i servizi di base. Facebook è un servizio gratuito per i suoi 350 milioni di utenti “.

Sono spuntati intanto come funghi anche altri gruppi simili dedicati alla diffusione del messaggio. Messaggio che però sembra provenire da una mail bufala diffusa sul sito. Insomma, una trappola per gli incauti, che cliccando su alcuni elementi di essa ha avviato uno script, mentre malware contemporaneamente tentatavano di installarsi sui loro computer.In pochi giorni, un contro-messaggio circolava già tra gli utenti di Facebook: “WARNING: DO NOT JOIN the group We are against paying for Facebook – IT’s A VIRUS AND HACKER! There are extremely graphic images at the website they suggest you visit. FACEBOOK has no plans on charging us. ELIMINATE THIS GROUP from your groups & run your spyware ASAP. REPOST THIS AS YOUR STATUS on your Profile. Thanks“. Praticamente un’esca per attirare utenti sulla pagina e bombardarli di virus.
Cattivoni.

Teresa


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permalink | inviato da makia il 13/1/2010 alle 8:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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